| L’epoca dello straniamento |
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| Pubblicato il 9 Ottobre 2008 (394 letto) |
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Leggo con avida empatia tutti gli articoli, aspri e amari, che www.scuolaoggi.org pubblica da un mese in qua sulla fase legislativa riguardante la scuola. Condivido pienamente le analisi di Gianni Gandola, Fabrizio Da Crema, Giancarlo Cerini, Cinzia Mion, fino ai filosofici sospiri di Gabriele Boselli e le emozioni postfemministe di Gianna Valenti. Amo leggere più volte i pezzi difficili di Franco De Anna (il mio pensatore preferito), che ci rilancia su scenari macro per evitare di rincorrere finte volpi e perdere l’obiettivo reale. In tutti vi sono pezzi di grande verità critica e acutezza di analisi. A questo punto sento il dovere di dire qualcosa anch’io, quanto meno perché mi sento responsabile ma non colpevole di essere stato negli anni 80 e 90 attore non di secondo piano sia della riforma elementare che dell’evoluzione dell’autonomia scolastica, oggi abbandonata a un destino residuale. Trovo in tutti gli interventi una strana sindrome, mai così palesemente emersa nella storia recente della scuola italiana: l’assoluto estraniamento delle cose che accadono in Ministero e in Parlamento dalla tradizione pedagogica, scolastica, educativa del nostro paese, al di là degli schieramenti politici della prima Repubblica e perfino dei dibattiti anche accesi dell’epoca Moratti. Almeno in quell’epoca non lontana c’era un tentativo di dare senso pedagogico e discussione alle scelte organizzative, buone o cattive che fossero. L’estraniamento è un brutto dolore, dà l’idea che l’altro sia del tutto altro da te, un marziano con il quale non sia possibile alcun confronto. L’estraniamento crea smarrimento, una rivolta culturale che non ha interlocutori, ma solo tranchant decisioni senza alcun costrutto teorico palese da discutere se non quello economicistico. Al dibattito si preferisce il voto di fiducia e programmi televisivi senza contraddittorio. Ma dove siamo ormai? Ha ragione De Anna a suggerire di inseguire la volpe giusta. Che a me pare non sia il grembiule o il maestro unico, ma la questione economica che pervade il sistema paese con la paura massima: un secondo ‘29. Ricordando che questa volta è una crisi profonda del liberismo, non del keinesismo. Non va dimenticato cioè che i crack non sono figli di salari esosi del lavoro dipendente o di un welfare spendaccione, ma dell’avidità di una finanziarizzazione globale che ha provocato disastri facendo per un po’ di anni più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. E più sporco il mondo. Sta accadendo in queste ore che si corra il rischio che i ricchi si facciano pagare gli errori della loro avidità con interventi pubblici colbertiani, mentre i piccoli risparmiatori, i lavoratori dipendenti e i pagatori di mutui rischiano ogni giorno l’insonnia ed hanno già eliminato il prosciutto crudo dalla loro dieta. Insomma sta accadendo quella particolare situazione economica chiamata “socializzazione delle perdite” per cui, con il ricatto della recessione, pagherebbero ancora una volta i più deboli in beni e servizi. Perché, si dice, solo il mercato produce benessere e libertà. La socializzazione delle perdite è alla base anche del ritorno al maestro unico perché così si risparmiano 8.000 miliardi di euro, si dice “per rilanciare lo sviluppo”. Ma poi per farne cosa? L’Alitalia protetta? Le banche e i banchieri salvati? L’eliminazione dell’ICI tanto ai poveri ci penserà la carità? La riduzione delle tasse? Viene ripetuto come un mantra buddista che si deve “tagliare” per evitare che la recessione ci renda tutti più poveri. Questo è un ricatto attendibile, a sistema economico invariato, posto alla platea vasta del ceto medio e dei lavoratori a reddito fisso. L’imbarazzo è massimo perché su queste cose non c’è né maggioranza né opposizione, ma solo la Grande Paura. E la mancanza di coraggio di dire che c’è una crisi strutturale del liberismo e forse è ora di riprendere a pensare con coraggio ad un nuovo keinesismo, se le parole non fossero consumate direi ad una nuova socialdemocrazia. Cioè ad un nuovo sistema economico. E’ paradossale che questa analisi non sia mia ma almeno in parte…dello stesso Giulio Tremonti nel suo recente libro. Uguale è la critica al mercatismo, solo che lui al posto della socialdemocrazia propone un modello para-sociale tipo Singapore, tutto Dio patria e famiglia. E’ dentro questo scenario che la vicenda della scuola si consuma in pensieri pedagogici di poco spessore, come se la scuola oggi non fosse che il nulla. Insomma, non c’è dibattito perché non c’è partita. Il campo da gioco è da un’altra parte. Si raccoglie il consenso non su ragionamenti ma sulle emozioni più nostalgiche possibili (non è un caso nell’epoca della Grande Paura). Non c’è la scuola all’ordine del giorno legislativo, ma altro, un altro estraniato mai così lontano dai fatti educativi, dalle prassi quotidiane delle scuole. E allora di che si parla? Con chi si parla? Perfino contro chi si parla? Con una maggioranza vincente sugli errori della sinistra, ma paurosa come la seconda davanti a scenari internazionali inquietanti? Può durare solo un po’ il populismo di scelte poco pensate e tutte da discutere (il 5 in condotta così cala il bullismo, il maestro unico perché i bambini hanno bisogno di un babbo, ecc….) tutti ricondotti al tradizionale “buon senso” che è la storica sfortuna della cultura del nostro paese. Poi i problemi della qualità dell’istruzione rimangono tutti se non aggravati. Ma così non c’è partita, non c’è arbitro, non ci sono neppure tifosi, ci sono solo spettatori attoniti dall’emergente panorama dell’urlo decisionista senza futuro e senza sfumature. Ma come si fa a smettere di pensare? Siamo qui a dirci che fare, con uno straniamento in più. Quindi, mi aggiungo agli scritti degli amici che ho citato e di cui condivido il pensiero, prendendola un po’ trasversale, evitando ripetizioni su questioni già chiaramente dette, e proponendo qualche pensiero in più, se serve al nostro dibattito sull’educazione, se è utile almeno ad uscire dal rischio che l’estraniamento diventi rumoroso silenzio o parole afone. Qualche spizzico di pensiero al bordo dell’addio perché servono pensieri per il domani. 1. La Grande Paura. E’ il connotato dell’epoca, inutile negarlo, dagli stranieri al terrorismo, dalla globalizzazione selvaggia alla Cina, allo scontro tra generazioni. Popolazioni occidentali garantite da 60 anni di pace sentono sull’uscio di casa un Mostro Incognito. Quello che due ottimi psicologi francesi hanno chiamato epoca delle passioni tristi. Pervade destra e sinistra, i sindaci sceriffi ci sono anche in Emilia Romagna. A questa grande paura si sta rispondendo con una recessione dei cervelli e dei sogni. Tremonti, già dicevo, vede un futuro possibile solo nel ripristino del trinomio Dio Patria Famiglia, insomma al ritorno dei confini chiusi, politici e mentali. E’ una teoria seria, vicina al conservatorismo compassionevole, non sono chiacchiere. A sinistra invece si dice “non avevamo capito la Paura”, ma non c’è alcun pensiero di sogno. Senza il comunismo sembra rimasto il futuro vacuo, solo la pratica del vicino possibile. Un interessante studioso come Latouche ci propone il de-sviluppo e la sobrietà. Pensieri interessanti, teorie alternative, però considerate da snob che aspettano il beaujolais nouveax della prossima settimana per tornare a terroir et nature. Come non pensare che anche nei sistemi di istruzione la Grande Paura non colpisca? Non è infatti difficile vedere nelle decisioni recenti sulla scuola non solo la risposta ad una paura economica (che comunque domina), ma anche il riflesso di una regressione ad un’epoca nella quale c’erano (appunto) i confini tra Stati, tra generazioni, tra ceti, tra generi. Insomma: ognuno al suo posto. Come se fosse più possibile! Come se prima i confini avessero funzionato! Confini che vengono presentati come “ritorno all’ordine”, alla sicurezza, alla separazione, al premio del merito e al castigo del demerito. Confini che la Grande Paura, sia quella vera che quella percepita, rende ragionevoli anche a qualcuno di sinistra. La si chiama “autorevolezza”, che però non si vende al mercato come i carciofi. O c’è nella società come cittadinanza condivisa oppure è solo populismo o peggio tirannia. La risposta data alla Grande Paura dalla sinistra politica nel recente passato è stata l’apologia della cosiddetta “società della conoscenza” che dovrebbe aumentare in tutti le competenze come “capitale sociale” per lo sviluppo, ma questa rischia di restare una tipica risposta razionalista di corto respiro. Dico da molto tempo che gli europei hanno bisogno di ermeneutica e non di epistemologia, ma invece oplà: viva la quantità, viva l’inglese, viva l’e.learning, viva il chiacchericcio di una cultura cumulativa, utilitaristica e posticcia. Serve cultura, che è qualcosa di più e diverso dalla conoscenza. Cultura critica che contenga anche, nei giovani, l’apprendere a sognare che un altro mondo è possibile, altrimenti a cosa li prepariamo? Solo alla cultura del difendersi, del preservativo sull’erotismo, della dieta igienica sul gusto del cibo, dell’andare avanti da soli che non ci si può fidare di nessuno e così via? 2. Quel benedetto 68. Non se ne può più di sentirsi dire che le colpe degli scarsi risultati della scuola sono frutto della cultura del 68 e del lassismo pedagogico. Autentiche invenzioni. Nella mia esperienza di maestro il 68 ha voluto dire, come in tutti gli amici cui aggiungo queste righe, un moto di rottura tra generazioni, rottura nella quale i giovani chiedevano accesso alla società e al potere, la rottura della stratificazione sociale. Insomma, democrazia. Per la scuola ha voluto dire l’inizio di un segno + sugli obiettivi. L’esatto opposto del lassismo: l’y care don milaniano. Ho iniziato a fare il maestro nel 1970 e la prima e unica riunione dell’anno l’ho fatta il 30 settembre perché la scuola iniziava il 1 ottobre. Poi quattro ore ogni mattina da solo per i fatti miei e i bambini che lo Stato mi aveva dato, fugaci incontri con le colleghe nella pausa caffè (detta merendino). Questa era la scuola che il ritorno del maestro unico ci porterebbe: quella della solitudine narcisistica e del merendino ultimo residuo di collegialità. Era anche una scuola lavativa e comoda, poche ore e molto tempo libero. Ma non avevamo affatto in testa una scuola lavativa, indifferente, lassista come si spaccia volesse il 68. Siamo infatti stati così “masochisti” che ci siamo inventati il tempo pieno, le eterne riunioni di programmazione, l’inizio della scuola a settembre, organi collegiali a tutto spiano perfino troppo, tanto rapporto col territorio. Poi siamo stati così lassisti che ci siamo presi anche gli handicappati e gli sfigati della terra e ne abbiamo fatto la nostra gioia, poi gli stranieri dicendo che “la diversità è bella”, sapendo ma non dicendo che è anche una grande fatica. Nella scuola elementare, per essere ancora più lavativi, ci siamo perfino inventati il team teaching per legge e qualcuno pensa sia stata solo una mossa sindacale e non una rivoluzione pedagogica! Come se lavorare insieme sia facile e non più comoda invece la solitudine e la collegialità del merendino. Certo il 68 “vero e serio” ha contato di più nella scuola materna ed elementare che nella media e superiore. Ed infatti è proprio su quella elementare che ci si accanisce, perché in realtà le altre sono ancora quasi simili agli anni 60 e se ne vedono tutti i difetti! Ma chi le tocca quelle scuole? Si pensi un po’ all’ironia: se si voleva risparmiare si poteva innalzare da 18 a 20/22 le ore settimanali di lavoro dei prof, e avremmo risparmiato di più! Qualcuno avrebbe detto che 22 ore alla settimana sono troppe? Come dirlo ad una maestra della materna che ne fa 25? Il 68 ha voluto dire per la scuola elementare un enorme maggiore impegno, al punto da cambiarci la vita. Ma aveva uno scopo grande, figlio dell’epoca (keinesiana) della Grande Speranza: l’eguaglianza delle opportunità educative. La Grande Paura pensa che questa frase sia solo mito romantico, che natura non facit saltus, che ognuno deve stare al suo posto. Facile da parte di chi ha già tutto e teme di perderlo. Se l’epoca post 68 ha voluto dire lassismo e destrutturazione non è forse più colpa del consumismo? Questo neo-comunismo con una s in più che obbliga gli occidentali a consumare schifezze e a darsi stili di vita tutti eguali e incongrui altrimenti si è out? Non è la televisione la vera cattiva maestra, il Segretario del Partito unico cui dobbiamo riverenze e osanna di posticcia e omologata felicità? Non ricordate le profezie sulle lucciole di Pasolini? Penso che dietro alla critica al 68 vi sia in realtà una questione politica ed economica che ci aiuta a comprendere solo una seria analisi dei rapporti di produzione e riproduzione, di come questi nella modernità globalizzante hanno costruito e ri-costruito nuovi rapporti di potere, nuove povertà e ricchezze, nuove clonazioni culturali e stili di vita clonati, insomma in estrema sintesi quell’orda umana presente negli ipermercati che hanno sostituito le nostre piazze-agorà come luoghi di comunità. E come non può non risentirne la scuola di tutto questo? Ma questa mini-apologia dei nostri anni di innovazione pedagogica e didattica non può far dimenticare i tanti errori emersi e le pigrizie non contrastate. Ad esempio non si è mai fatto il salto dall’insegnante-massa all’insegnante professionista: fallimento nella formazione in ingresso e in itinere. Ad esempio non abbiamo messo con sufficienza al centro l’alunno ma le graduatorie e i punteggi. Ad esempio non abbiamo mai creato un vero sistema di controllo e punente. Ad esempio non abbiamo realizzato davvero concorsi selettivi della professione: tutti dentro, belli e brutti. Ad esempio la collegialità è spesso stata finta amicizia o peggio omertosa complicità. Insomma non è il momento di difenderci con la nostalgia del bene che avremmo fatto, ci vuole assieme l’onestà di ammettere gli errori, evidenziando le pecche di un sistema che si è espanso in disordine e senza sguardi sistematici e condivisi. E’ tema di tutto il sistema pubblico italiano, non solo della scuola. Sappiamo quanto queste pecche pesino nella critica che ci viene da chi vuol destrutturare il sistema pubblico del welfare. La pigrizia o la difesa corporativa dei nostri errori darebbe ragione definitiva ai destrutturatori. 3. In articulo mortis autonomiae. C’è stata un’epoca in cui avevo un po’ di potere e responsabilità in fatto di autonomia scolastica ed è ora che racconti un aneddoto che dopo dieci anni si può dire. Berlinguer mi aveva incaricato di sondare Forza Italia di quell’epoca (cioè Valentina Aprea) da un “punto di vista tecnico” sul testo del regolamento autonomia per individuare loro proposte che fossero significative e utili ma non pubblicamente dicibili in un’aula parlamentare. Una saggia analisi bipartisan. Mi trovai a lavorare con il simpatico Lorenzo Strick Livers, emissario dell’Aprea (e anche colui che raccolse le firme per un referendum contro i moduli elementari) e trovammo un elemento pienamente condivisibile, di profonda pedagogia liberale e che Berlinguer con grande acutezza accolse. Nell’art. 3 del Regolamento vi è un comma che prevede la libertà di “minoranze” di utilizzare metodologie e forme organizzative didattiche anche diverse dalla grande maggioranza dei docenti. Insomma un Pof non sovietico che prevedeva la libertà di insegnamento come cardine di un pof aperto e rispettoso di tutte le professionalità. Devo amaramente ammettere che proprio coloro che proposero questo emendamento sono stati i più grandi disobbedienti a questo principio che è alla base dell’autonomia della scuola. Con il regolamento autonomia, con l’art. 3 sul pof e il 4 e 5 sulla flessibilità didattica, può un Parlamento imporre il tutor, il maestro unico, ecc..? Molti hanno dubbi di principio. Perfino la modifica del Titolo V° Costituzione, dove la scuola autonoma è garantita lo sconsiglierebbe. Maestro unico anticostituzionale? Parliamone. Qual è infatti la soglia dei Livelli essenziali delle prestazioni a carattere universale che al legislatore è dato definire e quali gli spazi reali di autonomia? Per essere franco, neppure Fioroni uscì dalla trappola e molte sue decisioni sono state altrettanto anti-autonomia. Ne ha parlato ampiamente Franco De Anna, ma qui rilancio la questione perché dirimente sulla natura dell’autonomia della scuola nella sua essenzialità: la libertà di organizzazione didattica. Che a me pare continuamente sottratta da tutte le politiche dal 1999 ad oggi. Sottratta prima che dal punto di vista quantitativo (il personale, che comunque conta) dagli spazi possibile di scelta flessibile, fino ad avere articolazioni diverse nello stesso Pof! Quindi per l’ennesima volta questa fase legislativa mette in crisi (fino alle minuzie degli orari preconfezionati) una vera libertà didattica, la vera anima dell’autonomia scolastica. Anche infliggendo alle “minoranze” sanzioni disciplinari per la disobbedienza. Tanto vale dire che all’autonomia delle scuole resterebbero solo il progettume accessorio e gli open day per imbarcare clienti, ma non la normalità della didattica. Mi spiego prosaicamente: si fosse detto “non ci sono più soldi, queste sono le risorse e con queste arrangiatevi” si sarebbe capito di più (capito non vuol dire accettato), ma che dire della solita Nuova Vecchia Pedagogia di Stato che dal 1848 ritorna sempre a dirci tutte le minuzie della didattica quotidiana? La parola libertà della scuola pare oggi un’eresia, eppure è la fonte liberale e democratica di una vera scuola aperta, che nel futuro rischia il soffocamento come in passato. Per queste ragioni teoriche, io non sono formalmente né contrario né favorevole al maestro unico. Ne sono indifferente, perché volterrianamente penso che ogni scuola dovrebbe essere libera di decidere se avere un’unica maestrona cicciona o un’orgia di insegnanti. L’importante è spiegare le ragioni delle scelte e assumersi la responsabilità dei risultati. Ma è costituzionalmente intollerabile che qualcuno dica da Roma per tutte le scuole della Repubblica quante ore una maestra debba stare con una classe. Sarebbe, ad esempio, perfino la morte della Legge 517 del 1977, perché –ad esempio- anche le aperture delle classi per gruppi misti sarebbero escluse. Poi se vogliamo discutere di pedagogia e vedere caso per caso quale sia il metodo migliore per insegnare, allora siamo qui con le nostre idee e con le nostre esperienze, che certo non amano i maestri solitari. Ma in libertà di scelta, non entro confini (ecco che tornano) così fuori del tempo. 4. Tra pensiero e parola. Io intanto continuo a studiare e a vedere classi e bambini. E imparo molto. Imparo ad esempio che siamo ormai ad un bivio storico sul rapporto tra pensiero e parola. E nessuno ne parla. E’ la questione della falsa volpe di Franco De Anna che ci fa correre in pedagogia dietro a banalità facendoci perdere gli oggetti realmente in gioco. Il bivio sta in questo. Sempre più bambini (e adulti) parlano senza pensare e sempre più bambini (e adulti) pensano ma non hanno le parole per dire i loro pensieri. La relazione virtuosa tra pensare e parlare si chiama intelligenza, o meglio la produce. Ho passato un’estate a godermi la riscoperta di Vigotsky! E il maestro russo ci insegna ancora il grande rischio della stupidità, quando quel rapporto non viene ben curato, se non c’è una strategia dell’”area prossimale” che fa il dono di una bella ed efficace didattica. A proposito, quanti deputati della Commissione istruzione conoscono l’area prossimale di sviluppo? Come fanno a legiferare sulla nostra organizzazione didattica? Sta accadendo che la modernità stravolge il senso delle parole e dei pensieri con una neolingua dominante sempre più superficiale, frigida e stereotipata in cui la ricchezza del lessico crolla, sia nei significati che nei significanti, le sfumature scompaiono, i pensieri azzardati o divergenti si fermano prima di diventare parole. Anche l’inglese oggi mitizzato, assieme alla lingua burina della submodernità sta diventando quella neolingua orwelliana che ci sta portando il comunismo, non quello staliniano ma quello con una s in più, più apparentemente dolce e pieno di veline e lustrini, ma altrettanto illiberale. Gli effetti nel breve e nel medio periodo sono di un calo fortissimo del pensiero critico e della parola ricca. Interessa questo argomento il futuro dei sistemi formativi? Interessa per il futuro delle società moderne? Da tempo parlo di slow school e di un tempo e modi dell’apprendere più profondi e lenti. Non a caso, ma non è questione romantica di una scuola caramellosa. Tutt’altro. E’ la consapevolezza che dobbiamo tornare al duro lavoro sulle parole, sui significati, sul senso della comunicazione. Quel duro lavoro che, guarda caso, ci ha insegnato lo stesso Don Milani (che non aveva una scuola lassista) perché è la parola che rende liberi. Ma non quella al vento, quella consapevole. Un lavoro che non avviene né con una didattica trasmissiva né con una didattica da intrattenimento da maestre-veline-fatine. Ma con la grandiosa fatica della dialettica, della retorica, della ricerca scettica ma intrigante. Insomma della ricerca dei significati del mondo che il grande Comenio già ci ha insegnato secoli fa, e che qui non ri-cito perchè è già nell’incipit di un altro mio articolo del 2003. Per fare questo ci vuole un buon tempo lungo, non pieno di tante cose ma di profondità. Per questo mi sento indifferente ad una discussione sul tempo scuola in sé, mentre mi appassiona la discussione sul tempo scuola se… Se cioè è pieno di cose sagge e di quali cose. Io penso ad una scuola sobria, severa, assolutamente creativa ed esplorativa, mai trasmissiva, mai televisiva. Questa scuola non deve essere corta (si riempirebbe di contenuti selettivi e stereotipati) ma neppure va bene lunga se piena di schifezze. Direi che la scuola dovrebbe essere “lunga e saggia”. Ce n’è bisogno per un nuovo new deal che metta al centro la cittadinanza sociale a visione globale. Non posso non ricordare, infine, che la questione del quanto tempo dura la scuola è comunque tema dirimente per l’eguaglianza delle opportunità educative. Non è vero che avremo meno tempo per tutti: chi ha meno soldi e opportunità avrà ancora di meno degli altri, ai quali il minor tempo scolastico verrà sostituito con mini club per bambini grassi e sarà riempito dalla pedagogia del karaoke. Appunto la medesima storia della socializzazione delle perdite che sta avvenendo in economia. Ma questa è un’altra storia, se qualcuno saprà contrapporre democraticamente ai “confini” e alle paure un pensiero aperto sulla cittadinanza universale e sulla fraternità laica. |
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