| Autonomia, ancora autonomia |
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| Pubblicato il 19 Agosto 2004 (450 letto) |
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Cittadini o sudditi? Sarà anche -o forse - la stagione delle riforme scolastiche ma credo che l’unico punto fermo per gli istituti scolastici sia la realizzazione della loro autonomia utilizzando il DPR. 275 del 1999. E’ la stagione dell’ autonomia. Un tempo carico di speranze e , nello stesso tempo, di timori. Ogni attore scolastico interpreterà a suo modo , o meglio, vorrà dare un suo “colore” soggettivo all’autonomia. Tutto ciò è legittimo. La scuola dell’autonomia ha bisogno della soggettività degli protagonisti e non solo di essi. L’autonomia non è per i capi d’Istituto, per i collaboratori del dirigente o per le figure di sistema. L’autonomia funzionerà quando ognuno potrà sviluppare un pensiero proprio sull’autonomia. La soggettività trova esplicazione nel porsi in negoziazione con altre soggettività. Ogni impresa riuscita sarà frutto del concorso di più soggettività. Occorre quindi creare dei pensieri di gruppo sull’autonomia, pensare insieme. Qualora non succedesse, qualcun altro penserà per noi. L’ Autonomia della scuola è prima di tutto un pensiero soggettivo che aiuta a far nascere un pensiero plurale sull’autonomia stessa. La sfida sarà quella di pensare. Non sarà facile. Il pericolo è sempre dietro l’angolo: aver paura di pensare. Il più classico e grave errore filosofico, anzi l’errore filosofico d’origine della filosofia, è stato da tempo individuato e descritto, eppure…. Ciò nonostante continua, nella vita reale, a manifestarsi a condurre le nostre menti. A modificare in maniera distorta la realtà. A tratti esso diventa un alibi, altre volte come arma di difesa o di attacco. Viene usato anche da chi lo conosce ma è comodo dimenticarsene. L’errore di cui parlo consiste nel ritenere che esista, fuori di noi, una realtà. (tale errore è durato fino a Kant). La realtà diventa quindi oggettivata, immutabile e “vera”. L’Uomo rinuncia e s’inchina. La stessa etimologia del termine perpetua l’errore ex-sistere = essere, star fuori. Chi mi legge forse è seduto in qualche angolo della sua casa, oppure , a scuola durante una pausa di lavoro, sta leggendo velocemente. Ovunque voi siate certamente siete in un luogo che esiste solamente per il fatto che qualcuno, o un gruppo di persone, l’ha pensato, l’ha voluto, esiste perché è nato nel pensiero di un uomo. Questo sito internet esiste perché una persone l’ha pensato , ha aggregato sul progetto un gruppo di amici, un ottimo tecnico ha realizzato le idee del gruppo. La vostra scuola esiste perché un certo numero di persone l’ha pensata, altre l’hanno progettata, altre ancora l’hanno costruita. Il guaio, di questa intricata vicenda dell’errore filosofico di base, è amplificato da un fatto molto semplice, ma proprio per questo molto complesso: l’errore di un imbecille lo scoprono tutti e velocemente, ma per confutare un errore di un uomo come Aristotele ci sono voluti duemila anni. La battaglia non è ancora finita. E’ ovvio cosa centra tutto questo con l’autonomia. L’autonomia non esiste fuori da noi. L’autonomia è un pensiero dell’uomo costruito per dare senso e significato alla Sua realtà, nello specifico, alla realtà scolastica. Ciò premesso, si aprono scenari interessanti connessi con altrettanti problemi. Il primo problema: “ Le buone domande” Ci aspetta un bel impegno: conoscere, approfondire, dopo averlo costruito, il proprio pensiero sull’autonomia . Un pensiero per realizzare o come realizzare l’ autonomia è uno strumento per dare significato e senso alla propria realtà lavorativa (istituto). Sia l’autonomia, sia, in modo specifico, il ruolo degli operatori, rimandano alla soggettività delle persone , al loro modo di sentire e pensare alla scuola come organizzazione e come luogo della didattica. Conseguentemente autonomia è una serie di domande che hanno o avranno delle risposte dagli operatori della scuola. Il problema è farsi delle “buone e giuste” domande per “pensare” all’autonomia. E’ un passaggio importante. La realtà non va consegnata ai maghi o alle streghe, nonché agli oroscopi. Facciamoci delle buone domande: - quale progetto educativo per la mia scuola - come costruire figure di sistema, con quali deleghe, compiti, funzioni - quali metodologie, quale didattica - quale comunicazione interpersonale - quali limiti trasformo in risorse - come costruire dei climi positivi di lavoro - quali relazioni sindacali - come interpretare gli organi collegiali - quali sono i valori fondanti l’ Istituto - quale rapporto con il territorio Queste potrebbero essere alcune delle buone domande da porci rispetto all’autonomia. Pensiamo soggettivamente per poi passare al pensiero plurale di gruppo Il secondo problema: “le mappe d’aiuto” Con l’ autonomia non si dovrà applicare solamente delle buone norme. Certamente sarà ridisegnato il ruolo e la conseguente funzione di tutti gli operatori e degli Organi Collegiali. Non sarà questo aspetto, per quanto importante, il nocciolo duro dell’autonomia. Poiché il problema, usando la metafora, non è tanto il navigare e la capacità per farlo. All’interno della nuova scuola dell’autonomia il vero problema sarà legato alle soggettive e gruppali capacità di disegnare una mappa d’ausilio per trovare la rotta. La mappa si costruisce mettendo insieme le conoscenze: movimento dei venti, delle correnti, della rotazione del nostro e di altri pianeti, degli scogli, delle terre a noi note, degli approdi ecc. La mappa, quindi, si realizza nel mettere insieme conoscenze e competenze presenti nella nave (Istituto). Il problema nasce in questo momento: costruita la mappa occorre trovare, condividere una rotta. Noi saremo i timonieri di questa nave (istituto) e nessuno minaccia il nostro posto, ma la rotta va condivisa, deve essere motivata e motivante. Ecco dove nasceranno i veri problemi dell’autonomia: saper lavorare insieme, mettere a disposizione, condividere competenze, integrazione tra aspetti e punti di partenza diversi. Ciò vale per ogni ordine di scuola. Occorre sviluppare nuove capacità legate allo sviluppo del pensiero creativo, imparare a negoziare, influenzare, contaminare e contaminarsi. Terzo problema : “La rotta e il contesto” La rotta decisa deve essere realisticamente raggiungibile. L’equipaggio deve condividere la rotta. Fuori dalla metafora il D.S. , i suoi collaboratori , gli operatori scolastici hanno bisogno di imparare ad influenzare, di lavorare in gruppo, o meglio, riuscire a capire e praticare i “dialetti” di gruppo. Spendere la propria soggettività nella pluralità. Tutti noi dovremmo possedere abilità comunicative e vivere la complessità dell’azione professionale (realizzare un’organizzazione di servizio) valorizzando gli aspetti positivi del vivere la complessità che brevemente potremo, con un azzardo , tentare di tracciarne dei contorni: - vivere la complessità significa accettare prima e praticare poi nella quotidianità la fine del “bianco o nero”, del “sei con me o contro di me”, “io sono nel vero tu nel falso”; uscire definitivamente dalla logica dei domati o domatori, esclusi o eletti, formazione o addestramento, insegnare o apprendere. È la fine della cultura dell' “o” per iniziare una cultura dell’”e”: io e te; noi e voi - modificazione della cultura organizzativa dell’”in” per scegliere la cultura organizzativa del “che”. “In” significa credere in, strutturarsi, garantirsi, difendere un modello, un’interpretazione, un’ideologia, una credenza. La cultura organizzativa del “che” si lega alla convinzione “che si può pensare, che si può fare”. Tale idea non è solo nostra ma patrimonio dei docenti, degli utenti. Tale cultura ci cambia il linguaggio quotidiano: credo in questo orario – credo che questo orario credo in questa programmazione – credo che questa programmazione credo nei miei colleghi – credo che i miei colleghi La cultura “del che” apre alla/e soggettività La rotta si costruisce insieme, è una vicenda di gruppo Quarto problema: “La coerenza”. Sembra contraddittorio parlare di coerenza dopo aver abbracciato la convinzione che ciò che è vero oggi potrà essere falso domani. D’altro canto la coerenza è vissuta sia nell’immaginario collettivo, sia nella realtà come valore. Essa lo è. Per il semplice fatto che la coerenza ci rende trasparenti, ci permette di entrare in conflitto senza uscirne distrutti, garantisce sicurezza emotiva a chi lavora con noi. Tre sono a mio avviso le basi per impostare e vivere la coerenza all’interno di un’ organizzazione lavorativa: - Conoscere le caratteristiche di funzionamento del proprio pensiero, capire come ragioniamo, passare attraverso l’analisi dell’autobiografia (v. studi di Duccio Demetrio). Proprio perché la realtà è una nostra “ costruzione mentale”, diventa fondamentale conoscere “ ecologicamente” la nostra mente, il nostro pensiero. Conoscere il proprio pensiero ci servirà a costruire un nostro sistema di autovalutazione, senza rimanere vittime della valutazione esterna. Tutti ci ”raccontano” che nella futura scuola dell’autonomia ci sarà inevitabilmente un sistema di verifica e valutazione dei risultati. Bene, giusto. Ciò potrà realizzarsi solo dopo aver fatto partire una cultura dell’autovalutazione che si fonda sulla conoscenza del proprio pensiero, sulla consapevolezza delle proprie azioni. Ciò vale per tutti gli operatori, forse il futuro Dirigente della scuola dell’ autonomia dovrà impegnarsi anche di più su tale fronte. Ecco i risultati di un’indagine di Claudia Piccardo dell’Università di Torino rispetto all’identikit del leader ideale alla soglia del 2000: 1° una perfetta conoscenza di sé 2° una comprensione dell’impatto dei propri comportamenti sugli altri 3° un miglioramento della qualità e capacità propria della leadership 4° conoscenze delle dinamiche di potere (inteso come gioco di trame e strategie) 5° una conoscenza della realtà in cui opera 6° deve assumere il ruolo di costruttore sociale della realtà. E’ un grande invito alla conoscenza del proprio pensiero. - Dopo aver conosciuto il nostro pensiero , il passo successivo diventa quasi ovvio: fare del proprio pensiero il fondamento dell’azione. Nel senso meno ovvio di chiedersi sempre che cosa si vuol fare, prima di chiedersi che cosa si deve fare. Non sarà facile operare tale passaggio, definito ,più sopra, ovvio, è il passaggio da un’ottica etica a quella estetica, spostarsi dalla risposta al bisogno alla risposta al desidero. Aver fiducia nel proprio pensiero e aver fiducia ed ottimismo nell’approccio alla realtà. Arrivare a sconfiggere il pessimismo radicato che si nasconde in ognuno di noi. Quante volte cogliamo discorsi del genere: “Vedrai che non si potrà fare, oggi c’è il sole ma domani la pagheremo: nevicherà”. Oppure. “La nostra è una buona idea ma vedrai che il consiglio di classe la boccerà.” Spezzoni di quotidiano scolastico che sicuramente potranno essere abbandonati qualora riuscissimo e conoscere il nostro pensiero , illuminarlo con l’ottimismo della ragione e le motivazioni del cuore . - Avere una forte spinta a credere “che”: si raggiungono gli obiettivi che si vogliono raggiungere, si hanno le informazioni che si vogliono avere, si gode del clima che si è creato: molto dipende da noi, dal nostro pensiero sulla realtà. Credere “ che” significa avere già un proprio pensiero, essere già protagonisti. Ci sarà il sole nelle nostre scuole dell’autonomia, un sole che sorge ogni mattina grazie alle nostre idee, ai nostri progetti, alla voglia di lavorare insieme, alla curiosità verso il pensiero dell’ altro. Nel linguaggio quotidiano significa: - credere che , nonostante le difficoltà, si possa trovare un punto d’accordo con i miei colleghi di modulo, plesso, Circolo, nell’ Istituto – credere che ogni nostro alunno abbia delle grandi possibilità, basta solamente scoprirle – credere che la la mia organizzazione della classe, della didattica possa essere migliorata dal confronto con i miei colleghi; - credere che l’aula non è un mondo chiuso. Al contrario: è una finestra sul mondo. Su queste basi (ma soltanto su queste) possiamo permetterci il lusso della coerenza. Quando conosco il mio pensiero, quando abbraccio la soggettività che per valorizzarsi ha bisogno di una negoziazione gruppale e conseguentemente di un approccio ottimista alla realtà, pongo le basi per realizzare una coerenza riconosciuta e valorizzata dagli altri Tutto ciò si può imparare. Occorre avere coraggio e incrociare la possibilità di frequentare dei buoni corsi di formazione. Un suggerimento. Potrebbe essere molto utile frequentare una dinamica di gruppo, un T- Group. E’ necessaria una raccomandazione: pochissimi in Italia sono capaci di realizzare T- Group formativi, non affidatevi a maghi ed imbroglioni , quando frequenterete un t- Group abbiate l’avvertenza che ci sia l’intervento o il patrocinio dell’Università.( nelle proposte formative del 3*circolo didattico di Bassano del grappa trovate serie e professionali offerte di t-group: www.scuoledestrabrenta.it ) In tempi incerti vale la pena difendere, praticandola, l’ autonomia. |
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