| Siamo dei fili d'erba |
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| Pubblicato il 22 Giugno 2008 (614 letto) |
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Siamo dei fili d’erba che viaggiano tra tagliole ed uccellini “ Abbiamo ancora l’abitudine ereditata da un’epoca passata, all’idea di scindere testa e cuore, il pensare e il sentire, o come tale distinzione può essere definita, di considerarli alla stregua di essenze di due specie diverse, indipendenti e reciprocamente indifferenti; l’influsso dell’ insegnamento sul carattere appare di conseguenza distante e accidentale. Ma lo spirito umano, che è uno, non ospita in sé due nature”. Come Rettore di un ginnasio lo affermava 200 anni fa Georg Wilhelm Friederich Hegel Ho una grande fortuna: girando l’Italia per corsi di formazione o convegni, incontro molte persone che, oltre ad aver la bontà di ascoltarmi, mi regalano tantissimi pensieri o lavori, nonché formidabili esperienze. Ultimamente un dirigente, diventato anche un caro amico, mi ha fatto conoscer un poeta del sud: Rocco Scotellaro. Un autore affascinante, morto giovanissimo, socialista, uomo del sud, sindaco, studioso della questione meridionale. Ai pazienti lettori vorrei dedicare la poesia di Scotellaro che ha ispirato le semplici riflessioni riportate nel presente lavoro. Io sono un filo d’erba Un filo d’erba che trema La mia Patria è Dove l’erba trema Un alito può trapiantare Il mio seme Lontano Mi “intriga” questa poesia di Scotellaro, la leggo come una metafora del nostro lavoro d’insegnanti: noi siamo come fili d’erba tremanti e quindi di per sé soli, deboli, in costante pericolo. Fili che tremano e che vibrano per il fatto di esercitare una professione speciale: “uomini di scuola", fili d’erba che si piegano e si fanno piegare dagli altri, fili che disperdono, con la loro abilità d’insegnare, tanti semi che cresceranno, che moriranno a volte, che se ne andranno lontano e forse non si vedranno mai più. Filo d’erba: debole e solo, a volte, anche se cresce in un prato; forte e indistruttibile quando s’ intreccia con altri fili d’erba, quando cresce e sfida ogni falce e ogni vento. Non è da tutti gli operatori scolastici provare le sensazioni di forza e di debolezza del filo d’erba, credere nella potenzialità, trovare soddisfazione nella dimensione del filo d’erba. C’è sempre un gran lavoro da fare per essere, o meglio, per diventare un filo d’erba che si lascia spogliare dal vento, un lavoro che rivolge attenzione alla propria personalità e alla propria specifica professionalità: soggettività, pluralità, complessità ( Enzo Spaltro). Insegnare è una professione difficile e soprattutto non adatta a tutti. O meglio: non tutti riescono, senza impegno e un pizzico di sana sofferenza, ad imparare ad educare. Possiamo tracciare e rintracciare, con un pizzico d’onnipotenza, delle “strade” che ci aiutino a diventare fili d’erba? Devo essere sincero: ho solo delle ipotesi e poche certezze che vorrei condividere con chi mi legge. Come ho già detto sopra, girando l’Italia, le persone che mi ascoltano mi valorizzano più del dovuto e, capita spesso, mi regalino dei loro testi, degli articoli che, forse per pudore, non hanno mai pubblicato. Leggo sempre tutto e colgo l’occasione per ricordarli tutti, fosse solo per ringraziarli indirettamente di aver avuto tanta pazienza nell’ascoltare le mie idee. Ultimamente un bravo preside: Pancrazio Toscano della Basilicata mi chiese di leggere un suo scritto di tanti anni fa. Dai sui lavori traggo la sottoriportata citazione. “il più antico ricordo che ho di me è una fotografia che non c’è più: eravamo mia mamma Annetta sui 30 anni, mio fratello Aldo di circa 4 anni ed io di, forse, 2 anni, poco lontano da casa a Monte Olimpo. Tutti guardavano verso la Svizzera dove mio padre lavorava e non poteva venire da noi perché c’era la guerra. La mamma ci teneva per mano uno di qua e uno di là, anch’io guardavo la Svizzera anche se da quella piccola statura non vedevo quasi niente, si capiva che mi fidavo: quello che vedeva la mamma da lassù andava bene anche per me” ( tratto da Marcello Piccardo, Storie di bambino a Monte Olimpo, Como , 1996). Forse è questa la prima qualità per diventare” fili d’erba”: conquistare la fiducia dei nostri allievi, prima ancora della capacità di avere altri “attrezzi del mestiere”. Avere “gli occhi” dei nostri allievi senza usare ricatti o minacce ( voti, note, ricorso ai genitori ecc…), senza mai urlare per imporre la nostra presenza. Sono dell’avviso che non sono gli allievi, di qualsiasi età, che si devono alzare alla nostra altezza, siamo noi, “fili d’erba” che dobbiamo abbassarci fino ad “agganciare” i loro occhi. Successivamente: salire insieme. Non è una facile operazione: ci viene spontaneo restare in piedi, sentirci forti della nostra altezza: noi sappiamo già cantare, loro no; noi, magari a modo nostro e “nasometricamente”( ma non ce ne accorgiamo, anzi ricordiamo che siamo laureati), conosciamo la storia, loro no; noi padroneggiamo le sequenze temporali, loro no; sappiamo muoverci nella complessa “geografia” di un territorio, loro no; conosciamo le frazioni, le soluzioni matematiche, loro no; noi, nel bene o nel male, sappiamo, spesse volte con approcci ingenui, frequentare e dare un significato alle emozioni, loro no. Anzi a volte sono spaventati dall’irrompere delle emozioni e nessuno insegna loro a rielaborarle, anche perché, la letteratura di settore ci indica, che, in tenera età e fino all’adolescenza, non si elaborano le emozioni solo con le parole, ma con azioni concrete: giocare con un amico, camminare insieme stringendosi una mano, con un canto “gridato” insieme, con una recita per farsi apprezzare da mamma e papà, con una gita scolastica, con un circle time, con un laboratorio ecc… C’è fatica nell’abbassarsi all’altezza dei loro occhi, degli occhi dei nostri allievi, nessuno ce lo insegna, né al liceo e molte volte nemmeno nella specializzazione post laurea. L’ impresa è difficile: dopo aver ottenuto la stima e la fiducia dei nostri allievi e dopo aver cominciato a salire insieme è facilissimo perdere gli “occhi” dei nostri allievi, basta uno strappo cognitivo ( si abbandona troppo presto “ l’esperienziale” per rifugiarsi nella teorizzazione, salendo in cattedra e privilegiando lo studio mnemonico al quale il ragazzo non riesce a dar senso), oppure si produce uno strappo affettivo( si giudica invece che valutare; si ferisce provocando stigmate profonde e a volte incancellabili: tu non capisci niente, sei stupido….). Gli educatori rischiano continuamente di perdere gli occhi degli allievi, in tal modo li condanniamo a vedere il mondo da soli,con i loro occhi non ancora formati. Quando perdiamo i loro occhi, gli alunni diventano immediatamente e improvvisamente: “inadeguati allo studio, giocano e si distraggono continuamente, sono svogliati, si muovono in continuazione”. Altra ipotesi per diventare buoni e bravi insegnanti: non giudicare ma VALUTARE. Ricordiamoci la forte provocazione di molti studi che rispondono in maniera secca alla seguente domanda: chi è l’altra persona che ho di fronte? La risposta offerta da molti studi è semplice ma disarmante: “ è sempre una reazione al nostro comportamento”. Affermazione terribile se ci pensiamo bene. L’allievo è sempre una reazione al nostro comportamento come educatori, come insegnanti, allo stile d’insegnamento di quest’ultimi, ai giudizi eventualmente espressi, alle parole usate, all’affettività o alla non affettività messa in campo. Noi adulti, che dovremmo avere un po’ d’ esperienza nel trattare le emozioni, molte volte, in contesti organizzativi, non lo sappiamo fare e offriamo pessimi esempi non riuscendo né dare un senso alle emozioni, né sappiamo leggerle durante le nostre riunioni, ma pretendiamo che , al contrario, i nostri alunni, abbiano capacità innate nel trattare da soli ogni loro emozione, Pensiamoci… A settembre quando gli operatori scolastici saranno chiamati ad interpretare le Indicazioni per il curricolo potrebbero tener a mente queste due ipotesi di lavoro: - abbassiamoci all’ altezza degli occhi dei nostri allievi - non giudichiamoli ma valutiamoli costantemente per non perdere, mentre “ci alziamo insieme” i loro occhi Ma torniamo al filo d’erba, esso si muove grazie al vento. Fuori dalla metafora credo di poter indicare come “vento” i nostri metodi d’insegnamento. Insegnare solo oralmente, senza attivare laboratori oppure chiedere prestazioni stereotipate e derivanti da come, a nostra volta, c’è stato insegnato, senza offrire la possibilità di esprimersi con altri linguaggi( teatro, danza, musica, canto, linguaggi informatici), significa rifugiarsi nelle certezze del vecchio modo di far scuola, buono per allora, ma con grossi limiti per i giovani d’ oggi, con il conseguente rischio di annoiarli puntando su una richiesta giusta ma non motivata: “dovete esser bravi, composti, studiosi”. I ragazzi “vedono” e conoscono le discipline attraverso i nostri occhi, tendenzialmente si fidano dei nostri occhi, a noi la fatica di contrastare le rughe che il tempo fa apparire sul nostro volto. C’è una semplice ricetta contro le “rughe pedagogiche”: accettare il cambiamento, non essere uguali a se stessi, imparare ciò che motiva gli alunni, il loro linguaggio per prenderli per mano e aiutarli a comprendere la necessità di appropriarsi del contenuto delle discipline, unica possibilità per diventare cittadini in una società sempre più difficile e raffinata in termini di competenze e saperi. L’ obiettivo rimane quello di emulare la nostra vecchia maestra ( per chi come me è stato fortunato): catturare gli occhi degli alunni e “alzarsi” insieme a loro verso nuovi e più raffinati apprendimenti, puntando sulle potenzialità e non sulle carenze o sulle proprie predisposizioni verso un metodo rispetto ad un altro . Perché siamo costretti a conquistare la loro fiducia prima di insegnare qualsiasi disciplina? Il motivo è semplice: ben presto dovranno vivere e affrontare, se già non lo fanno, le contraddizioni del mondo. È l’educazione che scatta e s’incarna quando scatta la fiducia tra allievo e insegnante che deve saper dare le “chiavi” di lettura per tener insieme le contraddizioni, senza destrutturate l’individuo: vita- morte; sofferenza-gioia; soggettività – gruppo; società – individuo;staticità – cambiamento; pausa – azione; amore – odio. Tenere insieme i contrasti nella nostra vita non è facile come non è mai stato facile tener insieme il bianco ed il nero;lo scuro e il chiaro;l’opaco e il trasparente. Nel nostro mondo occorre imparare a tener insieme i contrasti, gli opposti e solo l’ educazione ci potrà aiutare. Mi rendo conto di affrontare un tema complesso con spiegazioni frettolose ed inadeguate. Chiedo aiuto alla poesia di Scotellaro. “Quando è inverno si para la tagliola, si attendono i gridi dei fringuelli. La maestra, ai bambini della scuola, legge un verso d’amore per gli uccellini. Mi piacciono i versi e la tagliola (Rocco Scotellaro, E’ fatto giorno, Mondadori) Nell’ intervento del nuovo Ministro On. Gelmini alla Commissione Cultura ho trovata grande attenzione al lavoro degli insegnanti, speranza nel voler sostenere i nostri futuri cittadini ad essere aiutati a vivere con senso la loro vita. Il nostro Ministro non ha dato messaggi di discontinuità, ma di miglioramento e di studio per eliminare, attraverso la valutazione e non il giudizio, ciò che ostacola la realizzazione professionale degli insegnanti e il benessere dei nostri allievi. Io, molti di coloro che leggono lo sanno, non ho certo votato la coalizione politica che oggi governa, ma senza pregiudizi e senza chiusure valuto gli atti d’indirizzo e le decisioni. FINO a questo momento, le dichiarazioni mi sembrano buone e foriere di un dibattito utile alla scuola italiana. L’ On. Gelmini ha tuta la mia simpatia, quando dichiara che ha voluto studiare e capire il nostro mondo prima di “esternare”, che vi piaccia o no è un buon segno. Aladino Tognon , dirigente scolastico a Bassano del Grappa. Membro del gruppo operativo della Cabina di Regia per le Indicazioni. E- mail : dstognon@libero.it web: www.terzocircolobassano.it |
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