Normativa
C’era una volta la refezione scolastica
Pubblicato il 11 Luglio 2010 (307 letto)
C’era una volta
la refezione scolastica

Dal patronato scolastico al catering


Il compito del Comune

L’impegno del Comune ad assicurare la
mensa si pone quando il ‘tempo scuola’
obbligatorio per gli studenti si prolunga
nel pomeriggio. Se le attività didattiche
postmeridiane fossero facoltative
il dovere non sussisterebbe. Questo
problema torna d’attualità in relazione
alla prospettiva di una riduzione degli
organici del personale scolastico ad
opera del Governo. Il timore è che diminuiscano
le classi a tempo pieno e a
tempo prolungato, con un conseguente
aumento della richiesta da parte delle
famiglie di attività facoltative pomeridiane.
Soprattutto nelle città dove il
sistema scolastico è meglio organizzato
e il lavoro femminile è più diffuso, i genitori
si aspettano un servizio di mensa
su richiesta, con tariffe agevolate. Ma la
spesa che i comuni devono sostenere
per assicurare il pasto agli alunni dei
‘doposcuola’ non trova fondamento
nella normativa. E si tratta di una spesa
significativa poiché nella stragrande
maggioranza delle città italiane il costo
del pasto viene coperto solo in parte
dalle tariffe pagate dalle famiglie e per
la restante quota si provvede con fondi
prelevati dalla fiscalità generale e quindi
anche dalle contribuzioni dei cittadini
che non hanno figli a scuola.
Di fronte a questo problema, vi sono
comuni che continuano e continueranno
con impegno a fornire i pasti senza fare
distinzioni tra le diverse tipologie di frequenza
degli alunni. Ma vi saranno comuni
che, per le crescenti difficoltà di far
quadrare i conti, taglieranno gli interventi
che non sono di loro competenza e inviteranno
i genitori ad auto-organizzarsi
per la fornitura a scuola del pranzo.
Più in generale, su questi aspetti la
normativa vigente stabilisce che ogni
cambiamento degli orari dell’attività
didattica che comporti la necessità
del servizio di ristorazione deve essere
preceduto dall’accordo col Comune.
Vi sono poi alcune legislazioni regionali
che hanno esteso il servizio anche agli
alunni delle scuole secondarie, in considerazione
delle attività didattiche svolte
al pomeriggio o delle distanze degli
istituti dalle residenze dei ragazzi.

Il costo del servizio

Sul problema dell’obbligatorietà o meno
della fornitura del servizio di ristorazione
alle scuole da parte dei comuni
emerge con evidenza la questione del
costo di produzione e distribuzione dei
pasti. È un costo che varia a seconda
della tipologia e delle modalità di produzione
adottate. In generale, quando
la ristorazione è assicurata da ditte
specializzate che operano in appalto
con l’utilizzo di grandi centri di cottura,
i costi sono più bassi e il servizio risulta
più flessibile nell’adattarsi alle variazioni
quantitative dell’utenza e ai cambiamenti
organizzativi. I pasti prodotti direttamente
dal Comune all’interno delle
scuole di piccole e medie dimensioni
hanno in genere un costo più alto e
presentano diverse rigidità soprattutto
nella gestione del personale a tempo
indeterminato, ma vengono preferiti, e
spesso a ragione, dall’utenza.
Sul costo complessivo del pasto, la
spesa per il personale impiegato incide
quasi per la metà, e pertanto una ben
calibrata organizzazione delle risorse
umane nella gestione delle mense consente
di realizzare economie di spesa
significative. I comuni che esibiscono
i costi più alti presentano organici di
personale sovradimensionati per la
produzione e distribuzione dei pasti,
con un basso livello di professionalità
e, in molti casi, non attivano un sistema
di controllo efficace sui consumi delle
derrate alimentari rispetto alle effettive
esigenze. Non è raro che vengano ordinati
più alimenti di quelli che servono,
creando così delle rimanenze eccessive
di cibo che finiscono nella spazzatura
o da altre parti.
Il tema dei controlli sulle diverse componenti
del costo-pasto e sulla loro
‘produttività ed economicità’ merita
molta attenzione soprattutto nei comuni
che gestiscono in proprio la ristorazione
nelle scuole. Nei servizi in appalto, la
verifica riguarda la corrispondenza tra
quanto le ditte aggiudicatarie del servizio
hanno promesso in sede di gara
e ciò che poi forniscono effettivamente
agli alunni.

La qualità degli alimenti

Un altro elemento che incide sui costi è,
evidentemente, la qualità delle derrate
alimentari e dei menu. Nelle mense scolastiche
viene oggi riservata una maggiore
attenzione alla sostenibilità delle
produzioni agroalimentari con l’acquisto
di prodotti biologici e del commercio
equo e solidale, di prodotti stagionali
e del territorio locale. È migliorata la
formazione degli operatori delle mense,
sono aumentati i controlli sulla sicurezza
e sulla qualità degli alimenti in collaborazione
con le Aziende sanitarie.
Le mense scolastiche di diverse città
italiane vengono portate come esempio
di eccellenza in Europa e nel mondo e
in questo c’è un apprezzamento per le
abitudini alimentari e la gastronomia
del nostro Paese e un riconoscimento
alla capacità dei comuni di averle
attualizzate nella ristorazione rivolta
agli studenti. Le esperienze più significative
si registrano ancora una volta
nel Nord d’Italia e in alcune realtà del
Centro, mentre nel Sud e nelle Isole la
ristorazione scolastica è meno diffusa
e in molti casi meno qualificata.

Le cattive abitudini

L’importanza della mensa scolastica
viene ribadita nei progetti di difesa della
salute promossi dalle principali organizzazioni
sanitarie mondiali. L’Unione
Europea sta moltiplicando le iniziative
di lotta all’obesità e al sovrappeso,
considerati un’epidemia che presenta
un costo alto in termini di morbilità e
mortalità e un’elevata incidenza sulla
spesa pubblica. Si diffondono anche nel
nostro Paese le iniziative per modificare
le ‘cattive abitudini alimentari’ delle
giovani generazioni, come nel caso di
Frutta Snack coi suoi distributori di merende
buone e sane dentro le scuole o il
recentissimo progetto europeo “School
Fruit Scheme” che sta fornendo gratuitamente
frutta fresca a 800.000 alunni
delle scuole primarie.
Nel frattempo il Ministero dell’Istruzione
sta portando a conclusione il progettopilota
“Scuola e Cibo” con l’intento di
preparare la strada all’introduzione nei
programmi scolastici dell’educazione
alimentare come materia interdisciplinare,
in sinergia con le discipline scientifiche,
storico-geografiche e coi temi
della ‘convivenza civile’. Ma in prima
fila da molti anni vi sono soprattutto
diverse Amministrazioni regionali che
promuovono, attraverso le province e
con l’intervento dei comuni e delle Asl,
esperienze interessanti di educazione
alimentare e ambientale, realizzando
un rapporto più diretto tra le mense e
il territorio attraverso la valorizzazione
dei prodotti locali e delle pratiche sostenibili.
C’è dunque molto movimento e ci
sono tanti buoni propositi attorno
alla ristorazione scolastica nel segno
della ‘sostenibilità’ e, in particolare
nell’Unione Europea, della salute. Ma
un’educazione alimentare a scuola
troppo in linea con le politiche sanitarie
di contrasto all’obesità e al sovrappeso
rischia di enfatizzare gli aspetti salutistici,
perdendo di vista la dimensione
umanistica del rapporto col cibo, che
privilegia il gusto e la gastronomia, la
socializzazione e la convivialità, i legami
con le tradizioni del territorio e i valori
della sostenibilità etico-ambientale.

La mensa e l’educazione
alimentare

Un servizio di ristorazione a scuola ben
gestito rappresenta un’opportunità per
promuovere la conoscenza dei cibi e
per sostenere la consapevolezza degli
studenti riguardo alle loro esigenze
e abitudini alimentari. Per far questo
è però necessario che il Comune si
impegni a promuovere con continuità,
attorno alla mensa, attività di informazione
e sensibilizzazione degli alunni
e delle loro famiglie in collaborazione
con gli insegnanti. Ma spesso i comuni
faticano a far quadrare i conti e si limitano
a fornire l’essenziale del servizio
di mensa, senza impegnarsi in progetti
educativi complessi e di lunga durata.
A sostegno dei comuni vi possono
essere i contributi regionali, che però
non coprono tutte le spese e vengono
erogati per alcune annualità. Va poi aggiunto
che in tante occasioni i dirigenti
scolastici e gli insegnanti indicano al
Comune, rispetto all’offerta formativa,
altre priorità di intervento, diverse
dall’educazione alimentare.
Ma anche le scuole sono in difficoltà
perché debbono ottemperare con
equilibrio alla realizzazione delle attività
educative e disciplinari legate ai diversi
ambiti della ‘convivenza civile’, che spaziano
dall’educazione stradale a quella
sessuale, ambientale, alimentare, alla
salute, alla cittadinanza. Il tempo-scuola
fatica a contenere un paniere così ricco
di ‘educazioni trasversali’ e ciò favorisce
esperienze didattiche di breve durata,
concentrate in alcuni momenti dell’anno
all’interno del programma di scienze, in
cui si privilegiano modelli trasmissivi di
insegnamento che affrontano soprattutto
gli aspetti nutrizionali dell’alimentazione.
Si tratta di pratiche che assumono
un taglio prescrittivo, indicando cosa è
bene mangiare e cosa no, e che quasi
sempre prescindono dall’esperienza
sensoriale degli alunni, dal loro rapporto
emozionale col cibo e dal piacere della
scoperta, del fare e dello sperimentare
in un campo, quello alimentare, che ben
si presta all’interesse e alla curiosità dei
bambini e dei ragazzi.
Manca certamente il tempo, ma è anche
molto diffusa la convinzione che la
scuola può aiutare a modificare le nozioni
e le conoscenze degli alunni, ma
non i loro comportamenti di consumo
che costituiscono il bersaglio principale
di ogni ‘campagna’ di educazione
alimentare. La convinzione è che le
buone o le cattive abitudini alimentari
si costruiscono in famiglia e nel ‘tempo
libero’ e che la scuola può fare ben poco
per influenzarle. Questa posizione ha
un suo fondamento ma è pure il frutto
della scarsa efficacia di un’educazione
alimentare tutta centrata sugli aspetti
nutrizionali, che sono quelli che meglio
rientrano in un curricolo scolastico e in
una pratica di insegnamento-apprendimento
tradizionali.

Le difficoltà di educare
ai consumi alimentari

È difficile educare ai consumi alimentari
in una società iperconsumistica che si
rivolge ai giovani con un’offerta invadente,
disordinata e appetitosa di cibo,
che inganna i meccanismi regolatori
della fame e della sete e incentiva un
rapporto inquieto con l’alimentazione.
La nostra società ‘affluente’ si dimostra
incapace di suggerire dei modelli alimentari
praticabili e salutari e le nuove
generazioni manifestano atteggiamenti
pigri e sbadati sulla composizione dei
cibi, sulla loro provenienza, sui modi di
cucinare, sugli sprechi, sulla sostenibilità
dei modelli di consumo. I bambini e
i ragazzi presentano sempre di più un
rapporto casuale e distratto col cibo,
che porta ad una crescente omologazione
dei loro comportamenti e gusti e
ad una loro capacità molto semplificata
di interpretazione sensoriale degli alimenti
che consumano.
La scuola può fare la sua parte nel sostenere
i giovani a rendersi consapevoli che
il nutrirsi è un atto in cui il rispetto di se
stessi si accompagna al rispetto dell’ambiente.
E lo può fare al meglio delle sue
possibilità se recupera un orientamento
didattico più attivo e induttivo, che parta
dalla multiforme esperienza alimentare
degli alunni per attivare la loro curiosità
e il loro spirito di ricerca.

Esperienze reali e conoscenza

Una buona educazione alimentare non
può che mettere in primo piano l’esperienza
personale dei ragazzi a casa e nella
mensa scolastica. Un’esperienza che si
presta ad essere accolta, elaborata e
arricchita in percorsi di didattica ‘attiva’
che facilitano la sua trasformazione in
conoscenza e coscienza. Il ‘fare esperienza’
sui consumi alimentari si realizza
attraverso una ricerca d’ambiente con
visite ad aziende agricole per osservarne
gli aspetti e gli accadimenti, con la cura
dell’orto nel giardino della scuola, con
la manipolazione dei cibi in cucina, nei
laboratori del gusto, con le sperimentazioni
scientifiche sui cibi e i loro ambienti.
Si tratta di esperienze che consentono
di mettere in gioco la fisicità e la sensorialità
dei ragazzi aiutandoli a costruire
abilità manuali e percettive, conoscenze
scientifiche, sviluppo del pensiero logico,
competenze sociali e consapevolezze
personali, in un’epoca come l’attuale in
cui le nuove generazioni patiscono un
pesante squilibrio tra sviluppo cognitivo
ed esperienze reali, tra mente e corpo.

La perdita di contatto con le fonti
del cibo

L’educazione odierna enfatizza la
comunicazione mediata, simbolica e
astratta a scapito del contatto diretto,
concreto e sensibile con le cose. L’onnipresente
tecnologia allontana i ragazzi
dall’esperienza diretta, impoverisce le
loro capacità sensoriali, favorisce la
sedentarietà e l’obesità. Certamente
oggi i bambini e i ragazzi posseggono,
più che nel passato, informazioni
corrette sulla nutrizione umana, ma
poi mangiano ‘male’ e hanno perso
contatto con le fonti del cibo. Ma più in
generale è il modo di concepire e vivere
la natura da parte dei nostri ragazzi che
è radicalmente cambiato. I giovani sono
consapevoli delle minacce ambientali a
livello planetario, conoscono il Mississippi
e le cascate del Niagara ma non
sanno nulla del fiume vicino alla loro
città: sono venuti meno il loro contatto
fisico e l’intimità con la natura.
Nell’esperienza quotidiana dei bambini
la natura è diventata più astrazione che
realtà, e il virtuale tende a prevalere
sul reale. Anche a scuola la natura va
scomparendo: le attività all’aperto hanno
soprattutto un carattere ricreativo e
una breve durata, tra le discipline scompare
la storia naturale, l’insegnamento
trascura la sperimentazione, l’istruzione
scientifica è incentrata sui test e non
sull’esperienza diretta. Da parte loro i
genitori si dimostrano sempre più apprensivi
e associano la natura al rischio,
enfatizzando la percezione della pericolosità
degli ambienti aperti, incontrollati,
poco istituzionalizzati. Guardare e non
toccare: è un po’ tutta la nostra insicura
società ‘della sicurezza’ che insegna a
evitare l’esperienza diretta a contatto
con la natura. I genitori dicono di volere
che i figli guardino di meno la TV e
riducano il tempo coi videogiochi, ma
in realtà continuano a offrire loro sempre
maggiori possibilità di farlo. Una
generazione di genitori particolarmente
attenti alla forma fisica sta crescendo
figli obesi e in sovrappeso.

Il rapporto tra scuola e risorse
agroalimentari del territorio

Lo sfondo sociale e culturale, in cui
si muove l’educazione alimentare che
vuole contribuire a cambiare i comportamenti
di consumo dei ragazzi,
non è dunque dei più favorevoli. E la
scuola che vuole impegnarsi si trova
troppo spesso in carenza di spazi e di
laboratori interni e povera di occasioni
al di fuori delle proprie mura per condurre
attività in cui ‘il dire e il fare dei
ragazzi si intrecciano con l’imparare’.
Diventa pertanto indispensabile anche
il sostegno delle aziende agroalimentari
per dotare il sistema scolastico
cittadino di strutture operative sul territorio,
di ‘aule didattiche’ decentrate a
disposizione di più plessi, di laboratori,
fattorie didattiche, orti e centri cottura
in grado di accogliere e accompagnare
l’iniziativa delle scuole.
Il comparto agroalimentare italiano ha
fatto della qualità e della sicurezza dei
prodotti, del gusto e del legame col
territorio i suoi punti di stima per poter
competere sui mercati, contando anche
su sussidi e contributi pubblici.
Se questi sono i valori, le imprese devono
augurarsi di incontrare clienti informati
e consapevoli, capaci di riconoscere le
agricolture ecosostenibili e i prodotti di
qualità. Ma per promuovere un consumo
informato e critico non bastano le
tradizionali campagne di informazione e
comunicazione nelle scuole con manifesti,
opuscoli e kit didattici vari.
È necessario un impegno più deciso da
parte delle imprese e delle loro associazioni
di categoria per sostenere la
creazione di strutture stabili e di percorsi
di esperienza di facile accesso,
attivi sul territorio, che consentano alla
scuola di avvicinare e di conoscere in
modo più diretto il mondo agricolo e
delle produzioni alimentari. C’è una
responsabilità sociale delle imprese
che può prendersi cura della scuola
per consentire alle nuove generazioni
di compiere esperienze ‘sul campo’,
per accrescere le conoscenze e le
consapevolezze in fatto di cibo e di
consumi sostenibili.

di Giovanni Faedi

(l'articolo sopra riportato, su gentile concessione dell'autore) è
parte di un "focus" sulla refezione scolastica che raccoglie
numerosi interessanti contributi, pubblicato sul n. 3/2010
della Rivista dell'Istruzione - Maggioli Editore -
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