| Frammenti di futuro... libertà |
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| Pubblicato il 15 Aprile 2005 (352 letto) |
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Frammenti di futuro per il progetto della scuola gadulivista: la liberta’ Continua la mia seconda puntata di pensieri per il programma unionista-gadulivista. Il mio secondo piccolo cavalcavia per guardare il futuro tratta una parola impegnativa per l’educazione, e di conseguenza, per la scuola: libertà. Silenzio un attimo. La parola a nonno Immanuel. Si, lui, il Kant di Konisberg. “….Si dice abitualmente che il potere supremo può toglierci sì la libertà di parlare e scrivere, ma non la libertà di pensare. Ma in quale misura e con quale esattezza sapremmo noi pensare se non pensassimo in comunione con gli altri, cui noi comunichiamo i nostri pensieri e che a noi comunicano i loro? Si può ben dire che quel potere esterno che toglie agli uomini la libertà di comunicare pubblicamente i propri pensieri, toglierebbe loro anche la libertà di pensare, il quale è l’unico tesoro che ancora ci rimane” (da “La pace perpetua”). Non vorrei si pensasse, con questa frase, ad uno dei soliti tormentoni anti Mediaset o Murdoch.. C’è, nel pensiero di Kant, qualcosa di più complesso della critica ai reality show o agli spot, anche se questo conta. Perché comunque contano i luoghi, i modi, i tempi, in cui si rende possibile quella “libertà nella comunione” che è l’unica vera libertà del pensiero. Conta il fatto che questi sono sempre meno presenti e meno liberi. Siamo sempre meno comunità attiva e sempre più spettatori. L’invadenza dei mass media come potenziali tiranni che soffocano la “comunione” di cui parla Kant è già stata aspramente discussa da Karl Popper, che ha speso le ultime righe della sua vita a proposito di “cattive maestre televisioni”. Non a caso, televisione come “scuola”. Ma ciò non riguarda solamente la tv. Tocca Internet, l’uso dei cellulari, lo modalità attuali della comunicazione politica e culturale. Mai come in quest’epoca, paradossalmente le “informazioni” sembrano scorrere dappertutto, i saperi girano per strada, le conoscenze sembrano di facile accesso e sono poco costose. Eppure, il paradosso ci rimanda numerosi segnali (scientifici, letterari, politici) sul trionfo dell’epoca della stupidità cognitiva: un chiacchiericcio di sgangherate informazioni che non fanno “massa di pensiero pensato”, non fanno profondità, ma quel neo analfabetismo che tutti paghiamo con la percezione di essere in un mondo umano pieno di vuoti. Sono sempre meno i luoghi in cui gli umani “pensano con la loro testa” e “comunicano” agli altri qualcosa di senso. I luoghi di apparente libertà “virtuale” sono oggetto di aspre critiche come alimentatori del chiacchericcio ignorante, non di nuove sapienze o di libertà che scorrono. Pare, soprattutto, tramontare il “pensiero critico” e dominare il “pensiero vuoto”. Se vi pare poco. C’è una crisi vera della libertà di pensiero che la modernità sbatte addosso all’educazione familiare e a quella scolastica che non possiamo più nascondere, o subire come fosse ineluttabile. Se l’educazione, oltre all’eguaglianza, non serve a donare ai giovani libertà di pensiero a cos’altro serve? A cos’altro può pensare una politica soi disant democratica e civile? Quella di pensiero non è certamente la sola libertà, c’è anche quella (per citare Bobbio) –di e –da, ma senza quell’interiore libertà di sentir-si persona del sé, di quale libertà stiamo parlando? E a cosa serve la scuola se non, in primis, a costruire un pensiero libero e critico? Dunque è la libertà di pensiero oggetto di crisi nell’educazione odierna, che io vedo come spartiacque tra sinistra e destra anche sull’idea e sulla pratica di scuola: tra un’agorà socratico che “insegna a pensare parlando in comunione” e una continua serie di seducenti e utilitaristici spot. La libertà è sempre in-un pericolo L’idea di libertà di pensiero come “anima civile degli umani” non è recentissima. Ha poco più di 200 anni. Figlia dell’illuminismo razionalista, definisce ogni individuo come titolare di un pensiero proprio, senza aggettivi. Più complessa è, naturalmente la questione del rapporto tra ogni individuale libertà e quella degli altri, nonché il suo rapporto con la società. La libertà individuale è sempre, nel suo rapporto con la società un bene ma anche un pericolo, come altrettanto in pericolo. Kant scioglie questa antinomia considerando possibile la libertà di pensiero solo in quei luoghi (e in quelle società) nelle quali la “comunicazione orizzontale” è lecita, sviluppata, esaltata. Anzi, verrebbe da dire, è la “comunione” che fa la libertà, in primis quella del pensare. Quanto questo orizzonte sia stato scarso nel secolo appena trascorso è noto, quando nelle società di massa le ideologie hanno lavorato all’opposto, fino all’idea, tradizionale dal mondo cattolico a quello comunista, della comunicazione (e dell’educazione) intesa come “proselitismo”. Ma, almeno, nell’epoca delle ideologie lo scontro era nelle piazze, nei luoghi collettivi, nelle case, nel sudore di discussioni, parole, discorsi. Ne valeva la pena. Idee in libertà per diverse idee di libertà. Un’idea comunitaria di libertà non esclude il conflitto, ne è anzi intimamente connessa, ma escluderebbe quanto meno i lager, i progrom. Come si vede, un mitico tophos sociale, che trova forse nella “democrazia civica” nel senso di Bobbio un terreno non facile ma unico di mediazione. Una “democrazia della parola” non neutrale, ma neppure mai assoluta, assumendo in modo pessimistico la dimensione ideologica delle verità e in modo onesto quella dell’etica della responsabilità nella ricerca comune di un felice rapporto tra principi ed azioni. Quanto la scuola sia stata dentro queste contraddizioni ce lo insegna Thomas Mann, nel suo celebre “Montagna incantata”, in cui troviamo un dialogo acceso tra un liberale, favorevole all’istruzione obbligatoria pubblica, ed un anarchico contrario perché la scuola avrebbe condizionato la libertà. Anche nelle minuzie di una sillaba o nel riporto di una divisione si nasconde un’ideologia. Althusser ha fatto la sua fortuna, ormai datata, considerando la scuola “riproduzione ideologica della forza lavoro”. E, non a caso, la stessa scuola di Don Milani pur riferendosi a Socrate, disdegnava in toto la cultura borghese ed insegnava altri valori. Eppure questo dibattito, mai facile, era dentro ad uno scenario “della parola”, nel quale la scuola bene o male era luogo caldo e aspro. Lo stesso Don Milani, infatti, trovava nella “parola parlata” la discriminante del potere, tra chi ne era in possesso e chi no. Questo è, per di più, forse il suo pensiero pedagogico più profetico. Provocatoria è Annah Arendt, che considera l’educatore sempre conservatore rispetto all’alunno: è il mondo adulto che viene deposto agli occhi del bambino, ed è normale che l’adulto consideri tutto questo “il mondo”. E’ nella natura della storia che i figli disobbediscano ai padri. L’opposizione adulto-conservatore e il giovane-innovatore è curiosa e stimolante. Non ci sarebbe stata evoluzione scientifica, sociale, politica senza questa disobbedienza. La pedagogia come eterno e necessario fallimento è un bel pensiero. Implica comunque l’idea di una scuola “dialettica”. Ma con la fine delle ideologie sono anche finite le piazze dove la parola poteva (pur con tutti i rischi) aver diritto di cittadinanza. E la scuola era una di queste piazze. In parte ora silenziosa. Ora il terreno della parola è cambiato. Di questo, il berlusconismo è un banale effetto, non la causa. Il fatto è che dall’epoca della scomparsa delle lucciole (per tornare al migliore Pasolini) si è sempre più sviluppata una tecnologia e una metodologia di apprendimento che ha dato il silenzio alla parola della piazza, l’afasia ai pensieri critici, l’omologazione dentro una realtà sempre più virtuale e sempre meno reale. Sono noti gli studi di Marc Augè sull’esplosione dei non luoghi nelle società avanzate, quelli di Postman sulla morte dell’infanzia (per la sua adultizzazione consumistica), quelli di Alain Caillè sulla critica all’impero mentale utilitarista, e infine la disperata critica di Emanuele Severino contro il trionfo della tecnica su ogni altro pensiero. Il vuoto di un orizzonte di senso politico e ideale sul destino del mondo sembra sia stato riempito dal mito della tecnica nuda e neutra come unico futuro possibile. I mass media, i computer, Internet sono questo mito della tecnica, che non sembra avere limiti morali né bisogno di “pensieri liberamente pensati”, e neppure di “pensieri pesanti”, quanto di un pensiero unico del relativismo etico che considera salvezza una ricetta medica, la macchina più veloce, il cibo più colorato. La fine dell’ottimismo della politica (per migliorare il mondo) è stato sostituito dal mito dell’ottimismo della tecnica. Come volete che reagiscano i genitori e le scuole nell’epoca di questa sur-modernità? Con fotocopie, CD rom, Internet, con il transito dalla teoria della “partecipazione democratica” a quello della “gestione tecnocratica”. Con una miriade di sadismi educativi per i bambini: ginnastica, nuoto, karatè, veline, sport competitivi, game boy. E questa sarebbe per qualcuno libertà delle famiglie! Il fatto è che il pensiero unico della teknè non è affatto post.ideologico. E’ politica pura e dura. Prendo un esempio che mi è caro. Domina, da qualche tempo in qua, il mito che un giorno o l’altro si troverà la combinazione proteica della mia catena di DNA capace di spiegare perché mi sono innamorato di mia moglie e non di un’altra donna. Gran parte della neuropsichiatria infantile sta per essere invasa dalla biochimica. Prozac insegna. Forse nell’epoca del “tutto sociale” abbiamo esagerato a dare le colpe alle mamme. Oggi, però, il mito è che nessuno è colpevole dei suoi atti. Un neodarwinismo esasperato sta condizionando i nostri pensieri. L’educazione si fa marginale rispetto ad un Nuovo Maestro molto più efficace a promuovere e a bocciare: la catena del DNA. E la ditta farmaceutica che inventa il miracolo chimico. Altro che libertà comunitaria kantiana! Libertà come dubbio e laicità A me piace pensare, come igiene educativa del futuro, all’educazione in un luogo quasi appartato, nel quale bambini e bambine, ragazzi e ragazze possano imparare qualsiasi cosa, dalle tabelline ai teoremi, con un sano principio di criticità e di dubbio, magari divertendosi, e qualche volta con il gusto della noia. Potrebbe essere una famiglia disintossicata dalla surmodernità e insieme una scuola–oasi non preoccupata della festa di fine anno o degli addobbi di Natale. Ci vorrebbe, a questo proposito, un’idea più rigorosa di etica della responsabilità weberiana da parte dell’insegnante, che non insegna “la sua teoria” (approfittando del potere della cattedra), ma insegna a pensare, a riflettere, ad avere idee proprie. Ho seguito per anni le tante chiacchiere sui cosiddetti statuti deontologici degli insegnanti, coperture banali del corporativismo perché mai costruite sulla bilateralità insegnante-docente, ma sull’autoreferenzialità. Altrettanto patetico è per me il berlingueriano Statuto degli studenti, che li ha sindacalizzati, ma non liberato le loro menti. Perché il punto è delicatissimo ed è al cuore della scuola: la relazione tra docente e discente come asimmetria nella quale va riconosciuto all’altro “libertà di pensiero”. Questa è la mia idea di libertà di insegnamento: non quella dell’indottrinamento “libero” secondo le fedi private (modello CL), ma la responsabilità più laica, profonda e tormentata di presentare all’altro (a chi impara) il proprio mondo di valori e saperi “in modo nudo”, offrendo insomma a chi impara la capacità di smontare, rimontare, ricostruire, cambiare, accogliere. Ma oggi c’è di peggio. Offriamo spesso ai giovani le nostre paturnie pessimistiche sul destino del mondo al punto da sottrarre loro il gusto di cambiarlo. Trasmettiamo tristezza. Una scuola asimmetrica e mite non è affatto una scuola facile, rifugge dagli spot ideologici come dai bignamini contenutistici. Considera l’educazione una bellissima fatica. Ma cosa c’è di tutto questo oggi? C’è troppo poco, se non la volontà di alcuni adulti di avere almeno rispetto di sé e dei propri ragazzi cercando una scuola insieme mite e seria. Una scuola con meno feste e più discussioni, meno fotocopie e più dialoghi, meno contenuti e più pensieri parlati. L’educazione alla libertà Educare al pensiero critico mi pare una sfida onesta da dover proporre ad una scuola gadulivista. Non vedo all’orizzonte questione più importante di questa per i nostri figli. Tema difficile, che sembra anche in questo articolino avere più languidi sospiri che concretissime proposte di lavoro. Eppure, dovremmo partire da qualche parte per disintossicare l’educazione dal rischio di un’obesità cognitiva che rende i nostri bambini e ragazzi stupidi saputelli. Potremmo iniziare, quanto meno, da una nuova politica culturale sull’uso dei mass media, nella società e nella scuola. Meno video e più parole. Più coraggio nella censura, nel senso del limite, nell’ironia, nella lentezza sulla velocità. Riscoprire il silenzio, la fatica, gli sguardi. Potremmo continuare con curricoli più miti, meno assurdamente rincorrenti la quantità e le nevrosi degli accademici, più centrati sulle competenze strutturali della vita (saper pensare, pensare creativamente, saper scegliere). Potremmo pensare ai curricoli non come “personalizzazioni” che sembrano la produzione di cinturini e collane firmati, ma “fare comunione” di qualsiasi sapere. Potremmo, quanto meno, credere che dentro la scuola gli spazi di agorà liberi non siano una qualsiasi “metodologia” pseudo-democratica, ma l’anima educativa che consegna alle giovani generazioni non una verità (la nostra), ma un senso di comune ricerca della verità della vita, sapendo che in assoluto questa non c’è, ma che in relativo si produce storicamente nella vita di ogni persona nei suoi rapporti con gli altri, nelle sue attese di vita. In comunione, appunto. Educare alla libertà non può che avvenire in un posto pubblico. Che pubblico voglia dire “statale” è questione tutta italiana e che a me interessa poco in sé, molto nell’esercizio concreto di comuni libertà tra chi insegna e chi impara. Per chi insegna, quanto meno uno statuto professionale “scritto a due”, dove i diritti e i doveri di chi insegna e di chi impara hanno un senso comune. Il limite della libertà Tra le tante questioni che la libertà pone in rapporto all’educazione c’è quella dei suoi limiti, o meglio quella dei limiti della libertà di pensiero. Non solo quelli imposti dalle condizioni di classe, dalle discriminazioni (che l’eguaglianza ci insegna vanno superate), ma quelle più sottili sul senso del rapporto tra libertà e conoscenza, sia individuale che collettiva. Due esempi, per fare veloci. Il primo. Sono del tutto dalla parte di quel professore che ha sequestrato il cellulare (acceso) di un’alunna di un liceo e che invece è stato condannato da un tribunale patrio. L’esempio è perfino sciocco, ma non esiste libertà se non ha dei confini regolativi minimi condivisi, dei semafori che impediscano almeno gli scontri. C’è un’enorme bisogno di dare ai giovani i limiti della libertà, e non è tema facile quando gli adulti vivono di perdoni, condoni, miti aggressivi in ogni azione della loro vita. Non esiste libertà se non si misura con un’autorità. Nessuna nostalgia dell’autoritarismo becero della mia giovinezza, ma nessuna indulgenza ad una scuola che diventa lo scampanio di centinaia di sonagliere telefoniche per raccontare il bla bla bla. Il secondo. Si continua a dire a sinistra del mito della cosiddetta “società della conoscenza”. Questo sarebbe lo slogan “europeo” à la page per cui si deve insegnare di più a tutti per più tempo possibile. La cosa è, ovviamente, in sé giusta. Ma contiene un ma…di non poco conto. Poiché la frase sembra detta in primis contro la Moratti (meno docenti, meno ore, meno classi, più selezione), se è detta così ha un puro valore tattico-sindacale. Ma dal punto di vista strategico e storico non è affatto vero che la “società della conoscenza” sia buona in sé. La società più “conoscente, studiata, tecnica” degli anni 30 era…la Germania diventata poi nazista. Non vi è una simmetria automatica tra “conoscenza” e “libertà”. Non tutte le conoscenze sono in sé buone, se non altro negli esiti. Se una ditta produce una mina anti-uomo grande come un accendino è uno sviluppo delle conoscenze o delle barbarie? Il rapporto tra cultura e civiltà è un po’ più complesso di questo slogan caro a certi pragmatici di sinistra. Ogni conoscenza non è neutra. Ciò che la rende “libertà” per l’umano è se ogni individuo ha gli strumenti “ermeneutici” (non solo epistemologici) per distinguere il bene dal male. E qui si torna a Socrate. E si va al cuore della “libertà come comunione”. Forse abbiamo bisogno di una società della conoscenza “critica”. Quando lo dico, i pragmatici di sinistra di prima mi dicono che ciò è implicitamente ovvio. Ma non è mai implicitamente ovvio il rapporto tra conoscenza, potere ed etica. Va detto, invece, sempre e con forza. Tutto, dalla bioetica all’ingegneria alla genetica ci chiedono una soglia critica di un’abbondante ermeneutica del senso delle cose, del loro perché, del loro come, qualche volta del loro stop. Sarebbe paradossale un’apologia acritica della società della conoscenza solo per battere i cinesi che fanno le bambole a poco prezzo. Una scuola mite come piace a me aiuta a pensare ma non si innamora di nessuna moda. Spegne il cellulare e qualche volta anche la luce. Al buio si possono ancora imparare tante cose. Raffaele Iosa |
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