| Frammenti di futuro... eguaglianza |
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| Pubblicato il 2 Marzo 2005 (344 letto) |
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Frammenti di futuro per il progetto della scuola gadulivista: l’eguaglianza Come anticipato nel mio natalizio “ariosa berosa” riprendo a dire qualcosa su educazione e Italia. L’occasione mi è data dalla discussione aperta tra i centro-sinistri-sinistrissimi sul programma per la scuola della prossima (augurabile) maggioranza unionista-gadulivista (o il nome che avrà). Scuolaoggi.org ha già pubblicato primi interessanti contributi. La Flc Cgil lancia un programma in vari punti, ancora generali. Mi sembrano proposte tutte sensate ma tattiche, con uno spettro che va dalla nostalgia di Berlinguer fino a prudenti mini medi maxi emendamenti dell’attuale normativa. A freddo, comprendo il sottinteso pragmatismo di molti di questi contributi. Dopo anni di stress riformistico, è facile prevedere una prossima legislatura piena di realismo, a destra come a sinistra. La stessa parola “riforma” ormai imbarazza. A molti viene spontaneo dire “no, grazie” e basta. Però questa discussione non mi pare sufficiente soprattutto perché è ancora troppo scuolacentrica. Non mi appassiona né il cinismo bypartisan di chi spilucca dappertutto, né la drammatizzazione barocca di altri, né chi vuole fermare tutto per fermare e basta. Mi pare ci sia altro, ben oltre la scuola, che meriterebbe dire sull’educazione e l’Italia. Sgombriamo il campo, prima di tutto, da due tesi perverse, presenti a destra come a sinistra. La prima è l’autoconsolante assioma che la scuola sia una balena e che il consenso per cambiarla sia impossibile sia con il democraticismo parlottoso della sinistra sia con il muscolismo della destra. E’ una leggerezza intellettualistica pensare che la società va da una parte e la scuola da un’altra. Sono entrato giovanissimo maestro nella scuola nel momento del passaggio da De Amicis a Don Milani, e so sulla mia pelle quanto la scuola sia in grado di cambiare se c’è un dentro e un fuori! La scuola a me pare una medusa, non una balena: va secondo la corrente. La seconda tesi perversa è di una scuola tutta da rifondare. Confrontiamo i dati dei censimenti 1951 e 2001: abbiamo fatto enormi passi in avanti rispetto ai soliti paesi europei. Dal 70% di licenziati elementari al 70% di diplomati. Da paese ultimo a un normale paese europeo. La scuola media unica la prima realizzata in Europa, la scuola dell’infanzia la prima forse al mondo. Nessuna apologia a priori, vedo bene tutti i guai e i ritardi ancora presenti, ma riconosciamo che l’espansione delle scolarità e la scuola democratica sono stati eventi concreti che hanno superato in buona parte quel gap che Giorgio Amendola bene descrive, in “Isola”, parlando delle ragazze parigine degli anni 30: “…istruite ed eleganti. Si avvertiva subito la solidità di una cultura di base fornita dalle scuole laiche della Repubblica, anche delle sole elementari”. E noi, fino agli anni 60, eravamo all’intuizione, fantasia sentimento, alla bassa scolarizzazione, a residui di analfabetismo. Non siamo nati oggi, non ci facciamo incantare più dai “nuovismi” del pedagogese parolaio. Nessuna resistenza per nessuna riforma, ma discutere i perché, condividere saggiamente cosa tenere e cosa cambiare sarebbe il minimo da proporci, senza alcuna presuntuosa palingenesi. Eppure sappiamo che così non si può andare avanti. C’è qualcosa di nuovo per l’educazione che la surmodernità ci sbatte addosso prima fuori e poi dentro la scuola. La crisi educativa valoriale nella società è sempre più evidente e pesa sul futuro dei bambini e ragazzi prima che sulla scuola. Nascono pochi bambini, li cresciamo senza ottimismo, li rimpinziamo di gadgets, cerchiamo parcheggi luccicanti dove lasciarli, li adoriamo veline, saputelli, digitali, carini. Non diamo loro il tempo di svelare i segreti. Pretendiamo da loro tutto presto e a trent’anni sono ancora in casa. Stare con loro spesso ci dà ansia o ci annoiano. Così, meglio lasciarli ore davanti alla tv o col game boy. Viviamo un’epoca educativamente di passioni tristi, sulla difensiva e non sul domani felice. E ancora: pur con i balzi in avanti, la stratificazione sociale degli esiti scolastici rimane di classe. C’è un 30% di giovani che va a finire male. Naturalmente tutti dei ceti bassi. C’è anche un nuovo disagio dei figli della middle class di cui si parla poco. C’è un’evidente crisi sociale dell’educazione e crisi educativa del sociale: dominano i santoni dei cromosomi per spiegare fallimenti e problemi. Soprattutto per l’adolescenza, molti ingegneri scolastici adorano trattati ortopedici (le gambe: una/due, grande/piccola), con poche differenze strutturali da destri e sinistri, senza riflessioni più acute sull’evoluzione di vita e l’identità scompaginata. Intanto ricordo che se i disabili sono entrati nella scuola superiore non è per legge, ma per merito di una sentenza della Corte Costituzionale. Questa crisi è nel tutto: famiglie, città, lavori, destini, affetti, generazioni, non solo nella scuola. La nostra scuola–medusa è dentro dunque questa corrente sociale intorbidita dalla surmodernità globalizzata, che cerca con fatica risposte a domande non scolastiche ma educative più profonde: cosa desidera l’Italia degli adulti dall’educazione dei figli? Cosa vogliamo fare dei bambini? Dovremmo, quanto meno, augurarci prossimi anni di governo permeati da saggezza realistica mista a coraggio ottimistico per lavorare al futuro educativo di tutti in tutti i luoghi e tempi di vita. Per una quadratura del cerchio di questo tipo, però, ci vogliono almeno alcune “idee forti”. Penso sia ora di non parlare più di riforma della scuola come fosse un’icona tecnica da lasciare ai pedagoghi o ai sindacalisti, ma di affrontare la questione educativa generale come cuore di ogni politica per il futuro, proponendo sogni collettivi ben oltre le ingegnerie scolastiche. Ci vuole, a monte, una riflessione profonda e universale sui nodi strutturali dell’educazione. Magari non da un monte, ma almeno da un cavalcavia provo a scrivere alcune idee. I miei piccoli cavalcavia sono cinque, dai nomi forti: eguaglianza, libertà, autonomia, conoscenza, generazioni. Parto, in questa prima puntata, non a caso dall’eguaglianza. Parola, oggi, purtroppo appannata. Ci vuole uno scopo “Solo i figlioli degli altri qualche volta paiono cretini. I nostri no. Standogli accanto, ci si accorge che non sono. E neppure svogliati. O per lo meno sentiamo che sarà un momento, che gli passerà, che ci deve essere un rimedio. Allora è più giusto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare” (Lettera professoressa, pag. 61). Questa frase di Don Milani ci tormenta e allieta da sempre, accompagna i nostri sogni e i sensi di colpa politici, privati, professionali. Di un’intera generazione e di un’epoca. La scuola come rimedio sociale è l’impegno di 40 anni, democristiani socialisti o comunisti che fossimo da giovani. L’eguaglianza delle opportunità è stata l’anima delle politiche che dagli anni ‘60 hanno cercato di rendere la nostra scuola moderna e democratica. Ci siamo riusciti? Ma riguarda solo la scuola? Le opportunità educative sono gemelle delle opportunità economiche, sociali, di genere, di condizione personale. E’ un’idea di società, non solo di scuola. Bertagna è chiaro, fin dal suo primo articolo, e definisce bene la distanza da quell’idea: la scuola non può fare quasi nulla sulle diseguaglianza sociali, a chi sta male ci pensi la società. La scuola, invece, pensi….Appunto, pensi a cosa? Non basta dire che questo è pensiero di destra, si deve dire se l’eguaglianza è ancora il baricentro della sinistra. Più che dire, poi, fare. E fare bene. Non c’è peggior delusione di chi predica l’uguaglianza ma di fatto mantiene le diseguaglianze. Naturalmente, la questione è politica prima che scolastica: c’è fame di eguaglianza nel Paese oppure di individualismo fai da te? C’è almeno chi politicamente ha l’onore di riparlare di eguaglianza? Quella eguaglianza, per esempio, che garantisca almeno ai vecchi gli antibiotici gratis, se necessari. La mia impressione è che l’eguaglianza stia tornando ad essere un desiderio diffuso, in un’epoca dove le diseguaglianze aumentano, dopo la sbornia dell’individualismo, della flessibilità, degli animals spirits, che non sembrano portare molta felicità né gli antibiotici gratis ai vecchi. Naturalmente, non penso affatto che ai tempi dell’Ulivo tutti stavamo bene e che oggi siamo allo schiavismo. Sciocchezze elettorali. Penso però che c’è voglia di una società più eguale, più umana, più solidale, e in questa corrente dobbiamo ricollocare con coraggio la scommessa sulla scuola. Non propongo massimalismi ideologici, ma uno stretto rapporto tra una buona politica sociale delle opportunità e una compatibile libertà di sviluppo, economico e culturale. Altrettanto vale per la scuola, per la quale userei un sano pragmatismo post-ideologico. Una società scolasticamente diseguale non è conveniente a nessuno, neanche ai ricchi. Una brutta scuola nella vita infantile, per esempio, sono costi sociali differiti nella vita adulta. Una scuola che non modifica la stratificazione sociale tra le classi di provenienza crea una società provinciale, senza futuro, e meno ricca. Un’educazione complessivamente orientata al presente e allo spicciolo individualismo ansioso di sgomitare crea figli deboli, chiusi, semplicemente egoisti. Rendite, non profitti. L’eguaglianza appannata Qui, piove grandine. Sei casi in cui l’eguaglianza si è appannata anche a sinistra, come temo. Caso 1. Da trent’anni i bambini disabili subiscono una volatilità assurda dei docenti di sostegno per colpa di garantismi contrattuali dove conta nulla la continuità didattica e psicologica col bambino. Perchè questo relitto insegnantocentrico è ancora sostenuto dai predicatori dell’eguaglianza? Caso 2. Nella Legge 328/2000 di integrazione dei servizi dedicati alla persona nella logica di governance orizzontale, è totalmente e bizzarramente assente la scuola. Ai tempi dell’Ulivo. Sarà perché ai ministri piacciono i propri orti piuttosto che le ibridazioni, ma così è successo. Quasi che il destino di una persona (soprattutto se soffre) fosse compito solo delle assistenti sociali e delle cooperative precarie. E’ spiacevole constatare un effetto-Bertagna anche ai tempi di Berlinguer: il sociale pensi agli sfigati, la scuola faccia i suoi Grandi Programmi. Ricordo il continuo chiedere di Chiara Saraceno l’integrazione dei servizi e un welfare orizzontale. Ricordo anche le sue denunce sulle nuove povertà, soprattutto dei bambini. Caso 3. In alcune città vi sono strani nuovi segnali di descolarizzazione. Ad esempio, calano le percentuali di iscritti alle scuole dell’infanzia. Snob vegetariani che preferiscono le nurse? Poveracci con qualche problema? Donne senza lavoro? Neo sfiducia che questa scuola serva? Anche in adolescenza, si nota a chiazze una descolarizzazione inedita, culturale prima che sociale. E’ solo un caso o l’inizio di un nuovo atteggiamento? Ne parla qualcuno, a sinistra? Caso 4. Convegno nazionale n. 34 del Cidi, l’armata scolastica della sinistra intellettuale. Vedo giuste parole e bei nomi: democrazia, cultura, razionalità, contemporaneità. Assente eguaglianza e simili, assente didattica. Come se l’attualità non riguardasse sanguigne questioni sul rimediare milaniano. Solo un ovvio non detto forse presente? O rimediare solamente il programma di storia? Caso 5. Lo sanno anche i sassi che mi occupo di un orfanotrofio bielorusso per aiutare il quale chiederei la carità ai semafori. Ma esprimo notevole fastidio per la troppa beneficenza “del cuore”. E’ deleterio pensare che per la ricerca sul cancro o le case ai tsunamizzati, la soluzione migliore sia l’euro dato via SMS alla bbona attrice in tv. Come se le differenze fossero colmabili con la carità compassionevole e non con la revisione del modello di sviluppo e delle sperequazioni distributive della ricchezza. Non critico il volontariato (almeno, benedetto lui!), e neppure il dono individuale, ma c’è il rischio che la beneficenza diventi sostitutiva delle politiche sull’eguaglianza. Però anche l’Unità ormai raccoglie soldi per i bambini poveri argentini! Caso 6 Seguo la querelle sul tempo pieno. Ma amaramente constato da anni che la questione riguarda le ansie della middle class del nord, più che un servizio utile al rimediare don milaniano. Allo Zen di Palermo o a Secondigliano un po’ di buon tempo pieno non ci interesserebbe? Non è che il welfare finora realizzato ha dato più opportunità a chi ne aveva già di più in partenza? Potrei andare avanti ancora. Ho l’impressione che l’eguaglianza appannata sia una delle ragioni del minore appeal del centrosinistra in generale. Ma a che altro servirebbe l’unionismo-gadulivismo? L’eguaglianza ritrovata E’ ora di riprendere mano ad una società che metta l’eguaglianza delle opportunità sociali, culturali, economiche, civili di nuovo al centro delle proprie politiche. Che consideri le diseguaglianze una spesa insostenibile, non solo un fatto morale, considerando le eguaglianze opportunità di sviluppo. Nessuna rassegnazione neodarwiniana. Nessun conservatorismo compassionevole. Sto rileggendo avidamente De Toqueville e il suo “America”, riscoprendo come quel paese, oggi travagliato dalle manie dell’Impero, avesse avuto nell’eguaglianza delle opportunità il motore del suo sviluppo storico. Eguaglianza senza aristocraticismi. Non serve tornare al vecchio Marx. Il rimedio don milaniano, dunque, va per me rimesso al centro delle politiche con più coerenza del passato. Partendo da un patrimonio civile che esiste più di quanto credano i suoi detrattori. Una normale maestra preferisce la cooperazione alla competizione, la solidarietà alla gara. Consideriamo normale che i disabili stiano tra noi, i cinesi li mettiamo subito nelle classi. Tutto ciò è straordinariamente normale. Sappiamo che questo serve anche ai figli dei dottori. Nella querelle tutta italiana se la scuola serva ad “innalzare tutti” o a “formare una classe dirigente”, ricordo che nessuna classe dirigente è buona se “i tutti” sono ignoranti o sfigati assistiti. Ma, a quarant’anni di distanza, siamo consapevoli che troppo spesso le politiche materiali per l’eguaglianza delle opportunità sono state poco efficaci o retoricamente presuntuose. Ci vuole ora l’umiltà di scelte coraggiose e qualche volta dolorose. Meno quantitative e più qualitative, forse. Penso si debba partire almeno dalle cose che non hanno carattere economico. Troppo facile pensare che sia solo questione di più soldi, anche se è “anche” questione di finanziamenti. Se l’eguaglianza diventa un valore ritrovato, la politica sociale dovrà essere selettiva, non spargere a pioggia dando vantaggi a chi vantaggi ne ha già, e non concedere per carità. Se l’eguaglianza diventa un valore ritrovato nella società, agli insegnanti non dispiacerà sacrificare qualche garantismo organizzando il lavoro pensando ai bambini e non al loro giorno libero. Se l’eguaglianza diventa un valore ritrovato nella società, dovremo smettere di lavorare per compartimenti stagni, lasciando la scuola sola nelle sue paturnie, ma cercheremo una politica di integrazione locale tra i soggetti, pubblici e privati, che hanno responsabilità. Insieme se ne esce. Se l’eguaglianza diventa un valore ritrovato nella società, non è affare delle burocrazie ministeriali. Joseph Stigliz, ex consigliere di Clinton amato dai noi global, sostiene che nessun aiuto ai paesi in difficoltà ha successo con modelli calati dall’alto. E’ solo con la partecipazione al proprio destino che si riesce a cavarsela. Nel nostro piccolo penso al valore profetico dell’autonomia scolastica non come artificio organizzativo ma concreto autogoverno territoriale, pensato orizzontale e locale. Un’autonomia vera, non un terminale ministeriale che riduce i dirigenti scolastici a sergenti e l’autonomia a flatus vocis. Penso ad una scuola come nuovo ente locale. L’autogoverno locale è strategico per il rimedio don milaniano, dove il Comune non è solo un erogatore di mense. Penso alla partecipazione che non va dileggiata a favore di bizzarre tecnocrazie senz’anima. Insomma, a quella comunità borghigiana di De Rita e civica di Putnam di cui il Paese ha bisogno. Smettiamola con la paura della perdita dell’unità nazionale, che non nasce a Roma ma nel fare meglio scuola di ogni singola scuola. Ne parlerò, ovviamente, più ampiamente nel cavalcavia sull’autonomia. Di cui qui ricordo lo scopo. Più in generale, sarà utile ripensare al welfare in termini di welfare society, avendo il coraggio a sinistra della sussidiarietà radicale. Ciò vale, per esempio, per i ragazzi e le famiglie che altrimenti si perdono. Nel “progetto di vita” della Legge 328 la partecipazione del cittadino al sé educativo, sociale, terapeutico, umano è la vera sfida. Ai più poveri e a chi fa fatica, va data la parola. Va data loro la responsabilizzazione con ottimismo, contro il familismo della carità che non fa crescere. Se l’eguaglianza diventa un valore ritrovato nella società, la scuola riscoprirà il valore della buona didattica come elemento che può cambiare il destino delle persone. Pensare come Jean Itard che tutti gli umani sono educabili. Contro i falsi profeti della genetica e degli oroscopi. Riprendere l’eguaglianza come orizzonte significa riprenderci la buona didattica come valore. Certo, servono soldi, classi meno numerose, più alti stipendi. Ma non servirebbero a nulla se non fossero mirati con maggiore coerenza a realizzare fatti valoriali e non vuota retorica. Tutto questo avrà senso se sarà inserito in una politica più complessiva a favore dei bambini, di una più serena genitorialità, di una comunità locale e nazionale che li rispetti, li apprezzi, non li rovini prima del tempo. Ma di questo scriverò nel prossimo cavalcavia, a proposito di libertà. |
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